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Un’intervista esclusiva con Achille Meazzi degli Aksak Project 

Un’intervista esclusiva con Achille Meazzi degli Aksak Project

In occasione dell’uscita di “Compendium 2018", prima raccolta ufficiale del percorso musicale degli Aksak Project (maestri dell’ethnojazz originari di Cremona), pubblichiamo un’intervista esclusiva ad Achille Meazzi, leader storico dell’ensemble.

È stato un lungo viaggio, dai tempi di Namar: ci diresti di più a riguardo?

Sono passati davvero tanti anni e purtroppo anche sotto il profilo anagrafico. Ciònonostante posso dire che è stato un viaggio che ci ha fatto approdare a nuovi progetti discografici (Buonvento, Sonos Mundi e Trebisonda) e che ha arricchito la nostra storia di esperienze importanti come il Premio Andrea Parodi del 2017 e l’attenzione di Radio Rai 3. Ritengo che durante il viaggio siamo anche cresciuti musicalmente sia attraverso le scelte musicali operate e sia anche attraverso la creazione di un gruppo organico di talentuosi musicisti che fanno dell’Aksak Project un gruppo assolutamente “open”.

Ci parli dei tuoi strumenti preferiti?

Iniziamo col dire che i miei strumenti preferiti sono quelli che utilizzo in prima persona: la chitarra classica, l’oud, il santur persiano, il violoncello “pizzicato”, il lauto greco, il charango, il ronroco (charango baritono) ed il cuatro venezolano, oltre al flauto di pan. Si tratta di strumenti acquistati in giro per il mondo e che ho imparato da autodidatta, osservando, ascoltando ed ispirandomi ai loro migliori interpreti. Sono gli “strumenti del mondo” sull’impiego dei quali si regge buona parte del progetto Aksak.

Maggiore o minore?

Minore tutta la vita perché ti mette a disposizione una tavolozza di emozioni ben più ricca e variegata rispetto a quella che, diversamente, può offrirti il maggiore o almeno così è come la vedo io. Il modo minore mi ha sempre affascinato forse per quell’alone di onirico “mistero” che lo accompagna. Non è un caso che le composizioni dell’Aksak siano pensate prevalentemente in minore. Ma, comunque, abbiamo cercato di dar spazio, seppur non in modo esclusivo all’interno della composizione, anche al modo maggiore soprattutto in alcuni brani strumentali più squisitamente ritmici e danzanti.

C'è stato un lungo viaggio precedente a Namar: ci diresti di più anche su questo?

Prima di Namar c’è stato un prequel di questo lungo viaggio musicale (almeno vent’anni, dal 1976 al 1996) e dedicato alla “Nueva Cancion Cilena” ed alla musica d’autore latinoamericana. Il gruppo si chiamava Cordigliera con il quale è stato registrato un album intitolato “Meteore” (vinile e musicassetta) ed un 45 che, mutuando Anton Checov, avevamo intitolato “Il tabacco fa male” (un testo contro la guerra). Erano tutte nostre composizioni sia strumentali che cantate (tutte rigorosamente in lingua italiana) con l’impiego di strumenti originali dell’America Latina: chitarre, charango, tiple colombiano, bombo leguero, quena, zamponas ecc.. Un 33 giri pubblicato in 1000 copie nel 1986 e che ancora adesso in rete risulta essere particolarmente quotato (un sito olandese lo vende usato ad € 180,00). Non male per un gruppo di ragazzi delgi anni ’80 poco più che ventenni. Si è trattato di un’esprienza formativa sia sotto l’aspetto musicale che quello umano e della quale l’Aksak Project porta con se tracce evidenti soprattutto in quest’ultimo cd “Trebisonda”.

Compendium 2018: puoi approfondire?

Credo fosse giunto il momento per fermarsi un attimo, guardarsi alle spalle e fare un minimo di consuntivo di quanto è stato fatto dal 1996 ad oggi. Per questo motivo quando l’etichetta Ignorelands ci ha chiesto di pensare ad una selezione di brani rappresentativi del lavoro sin qui svolto, abbiamo aderito con grande entusiasmo. Va visto in ogni caso come momento di passaggio, una stasi riflessiva, per poi fare un altro balzo in avanti sempre che la salute ed un po’ di fortuna ci assistano.

Garcia Marquez o Joyce?

Possibilmente direi tutti e due perché in qualche modo sono simbolo delle due fasi del mio viaggio musicale. Marquez per affinità e ambiti culturali e geografici pervade tutta la fase vissuta con e attraverso il gruppo Cordigliera, Joyce invece, soprattutto con il racconto della quotidiana odissea esistenziale affrontata con “Ulisse”, ritengo sia molto più vicino soprattutto per le tematiche affrontate alla seconda parte del viaggio (quello ancora in essere) con Aksak Project che è esso stesso una piccola, grande odissea, attraverso le culture e le musiche dei popoli per cercare una nuova musica fatta di tante musiche.

Achille Meazzi in 25 parole

Non c’è cosa peggiore che dover parlar di se stessi…ma, se proprio devo, ti faccio risparmiare utilizzandone meno di 25: autodidatta, romantico pessimista, concreto sognatore, ipocondriaco, soprappeso, schiavo della dieta, moderatamente incoerente, impaziente, leale ed affidabile. Può bastare.

La musica è ancora (in qualche modo) l'espressione della società di oggi?

Come si fa a risponderti? La società sono tante società con culture, stili e gusti differenti ad ogni latitudine. Detto questo credo che esista una musica che, seppur in modo “maggioritario”, è rappresentativa della maggioranza della società, nel senso che arriva al grande pubblico ed il grande pubblico sostiene attraverso ascolti e “visualizzazioni” stellari… Purtroppo, dal mio punto di vista la musica che oggi è “maggioritaria” è quella che è espressione di una società consumistica e spesso superficiale. Poi c’è tutto il resto purtroppo e per fortuna.

Il tuo compositore preferito

Ne avrei diversi…ma per ragioni di sintesi citerei Anouar Brahem grande compositore ed interprete di oud originario della Tunisia, Eric Satie e Patricio Wang compositore cileno già integrante del gruppo Quilapauyn. Ma ti giuro che la lista sarebbe molto più lunga.

Siete originari della "terra dei violini": come mai non è stato incluso nel Progetto Aksak fino a non molto tempo fa?

Forse per distinguerci e difenderci da tutto questo “stradivarismo” dilagante, secondo me un po’ eccessivo, che permea ogni iniziativa (culturale e non) promossa da e in questa città. Capisco che ciascuno debba cercare di “vendere” al meglio quel tanto o quel poco che ha, ma credo ci sia un limite a tutto. Ecco forse un po’ per noi e un po’ per antipatia non abbiamo mai inserito il violino. Ma poi nel 2014 abbiamo incontrato Eloisa in un “live” al Museo Civico di Cremona (concerto dalla registrazione del quale è nato il cd/dvd Sonos Mundi) ed è stato amore a prima vista.

Einstein o Schonberg?

Opterei per il primo non tanto come fisico ma per il livello raggiunto dal suo pensiero sia filosofico che politico. Rispetto a Schonberg ed alla dodecafonia, pur conoscendola ed avendola frequentata, seppur solo come ascoltatore, mi è ancora un pochino indigesta. Capisco che è un mio limite.

Il futuro della musica è ...?

Nel dialogo tra le culture, ed il jazz l’ha già capito da tempo ed ha cercato di “contaminarsi” ancor di più e meglio di quanto già non lo fosse. In questa mia risposta c’è un messaggio che parte dalla musica ma che vuole andare oltre la musica.

Un tuo giudizio rapido su musica elettronica, contemporanea, folk, jazz

Ho sempre pensato che in ogni musica ci fosse del “buono” a cui attingere. Dai canti “urlati” degli indiani d’america al minimalismo di Steve Reich, passando per l’elettronica di Brian Eno, il jazz di Fresu o l’ethnojazz di Anouar Brahem o Avishai Choen per non tralasciare il folk irlandese piuttosto che quello andino. In tutto ciò che ho ascoltato nella mia vita (e continuo ad ascoltare) ho sempre trovato fonti di ispirazione, persino nel rock e nel pop che forse sono i generi musicali più apogei rispetto alla mia musica ed al mio gusto musicale. La musica quando è buona, è buona a prescindere dal genere cui appartiene e lo stesso dicasi per il contrario.

Il tuo concetto di / per la colonna sonora di un film

Posso dire che è la dimensione compositiva che più mi affascina. Non ho mai avuto occasione di scrivere musica per il cinema (o per un documentario) ma molti mi dicono che la musica di Aksak Project sarebbe adatta allo scopo in quanto particolarmente evocativa. Giuro che non saprei nemmeno da che parte iniziare, anche in quel campo occorre conoscere la tecnica oltre che lasciarsi andare alle emozioni che possono suscitare delle immagini, una storia. Diciamo che, anche in questo caso, da autodidatta incosciente mi ci butterei a capofitto per vedere l’effetto che fa.

Il razzismo è innato o acquisito? La musica può "curarlo"?

Non credo sia innato, il razzismo è sintomo di paura e la paura è di per sé un pregiudizio verso l’altrui. A supporto di questa mia tesi vorrei portare e fare osservare come in Italia ed in Europa il flusso di migranti dall’Africa abbia generato una iperbole razzista senza precedenti nell’Europa del dopoguerra. La musica è un'importante arma di pace per incidere sulle distorsioni della società. E’ la storia ad insegnarcelo. Pensiamo per esempio alla pressione esercitata in esilio dagli artisti della Nueva Cancion Chilena sulla dittatura fascista di Pinochet dal 1973 al 1988. La musica del dialogo tra le culture può fungere da volano per un dialogo tra i popoli e tra gli esseri umani.

Roberto Villa ci parla di SAGA alla Game Master Class di Milano 

Roberto Villa ci parla di SAGA alla Game Master Class di Milano

Abbiamo chiesto a Roberto Villa, autore di SAGA Gioco di Ruolo Narrativo (edito da Illiterate Move) un commento alla sua partecipazione alla Game Master Class di Milano (11 marzo 2018):

“Abbiamo sperimentato con SAGA il gioco sul confine fra personaggio e persona, vissuto in un’ambientazione western.
Siamo partiti dalle storie dei PG, le quali li hanno fatti incontrare nel profondo Sud sconfitto dalla secessione, e dopo una lunga e accurata indagine, i giocatori hanno guidato i loro personaggi a evitare a New Orleans un destino peggiore della morte.
Nel frattempo abbiamo assistito a: tentativi di truffe, amori sbocciati e vietati, manifestazioni religiose di massa, speculazioni finanziarie, assalti pellerossa e il sacrificio finale di uno dei protagonisti.
Ringrazio gli amici che hanno partecipato a questa bella domenica di gioco.”

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